Il piano armonico del violoncello

Nella sequenza fotografica di oggi voglio mostrare l’avanzamento dei lavori nella realizzazione del piano armonico del violoncello. Si parte da una sgrossatura iniziale con sgorbie, poi all’impostazione della sesta con una pialla piatta, infine ad un lavoro sempre più fine con piallette a suola curva ed infine rasiere. Ancora il piano armonico è da rifinire con rasiere, ma il progresso intanto si vede! 🙂

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Il piano armonico del violoncello con solo il pianetto del bordo definito.
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Si inizia la sgrossatura che porterà a definire le bombature. La sgrossatura iniziale con una sgorbia.
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Si passa a definire la sesta longitudinale, definendo l’altezza massima del piano che si intende ottenere. Utilizzo una pialla piatta.
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Si definiscono pian piano anche le quinte, utilizzando piallettini a suola curva di varie dimensioni.
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Definite anche le quinte, inizia un lento lavoro di rasiera che porterà a lisciare alla perfezione la superficie, togliendo tutte le irregolarità delle precedenti lavorazioni.

Ed intanto si avanti con il fondo di un nuovo violino…

Appena finita la testa di un violino, si porta avanti anche la lavorazione del fondo di un nuovo violino. E’ un fondo in un pezzo in acero di monte. Il modello è un Antonio Stradivari “Il Cremonese” 1715. In questa foto si vede il fondo con la sesta impostata, accanto al blocco da cui verrà ricavato il manico.

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Fondo del violino appena abbozzato e blocco grezzo per la testa e manico.

Testa per nuovo violino

Ormai la testa per il nuovo violino è quasi finita. Ho terminato anche la lavorazione della tastiera ed il suo incollaggio temporaneo. Adesso si tratta di iniziare la lavorazione del manico e poi di eseguire l’innesto sulla cassa del violino.

Ecco anche oggi un breve reportage fotografico…

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Vista frontale del ricco, con la sguscia sul dorso ancora da realizzare.
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Vista del ricco appena terminato, compresa la sguscia sul dorso.
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Vista laterale del ricco e della cassetta dei piroli.

 

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Tastiera incollata temporaneamente sul manico.

Costruzione violoncello

Oggi un rapido aggiornamento fotografico sulla costruzione del violoncello…

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Il fondo è finito, in questa foto si vede appena incollato alle fasce e controfasce con dei morsetti autocostruiti.
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In questa foto si vede l’interno del violoncello, appena rimossa la forma interna. Ho iniziato a lavorare gli zocchetti e a preparare le controfasce dal lato del piano armonico per il successivo incollaggio alle fasce.
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Nel mentre si procede all’incollaggio delle controfasce e alla riduzione degli zocchetti, ho iniziato anche a piallare il piano armonico.

 

Taglio delle effe

Una breve sequenza fotografica del taglio delle effe sul piano armonico del nuovo violino che sto realizzando, modello Guarneri Del Gesù 1721.

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Fori per gli occhielli superiori ed inferiori delle effe.
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Primo taglio delle effe effettuato con un seghetto a traforo.
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Effe rifinite con coltello.

Verniciatura quasi ultimata

Procede la verniciatura dei due nuovi strumenti, un violino ed una viola. Darò ancora una, al massimo due mani di vernice, poi prima della lucidatura e della montatura dovranno passare alcune settimane per essere relativamente sicuri che la vernice sia sufficientemente pronta. Anche per questi due strumenti ho scelto di proseguire l’esperienza con la vernice ad olio a base di ambra pirogenata e colofonia, stendendola direttamente con le mani.

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Viola e violino, verniciatura quasi ultimata.

Qualità del piano armonico, prima o terza scelta, maschiato o no?

Quando ci si accinge a realizzare il piano armonico dello strumento, si hanno diverse possibilità di scelta. Non per il tipo di legno, che è abete rosso, con particolare predilezione poi per l’area geografica della Val di Fiemme, quanto per la qualità estetica e sonora di tale legno.

Iniziamo dalle proprietà sonore. Si dà chiaramente più importanza a quegli spicchi di abete in cui la propagazione dell’onda sonora risulta più veloce, chiara e distinta. SI possono utilizzare mezzi tecnologici professionali addirittura per valutare la velocità di propagazione dell’onda sonora, ma il metodo più semplice e veloce, che anch’io uso in quanto mi è stato insegnato dal mio Maestro, è quello di appoggiare la tavola all’orecchio sostenendola fra la punta di due dita in equilibrio e percuotendola con le nocche delle dita dell’altra mano. È difficile, direi impossibile, dire come deve essere il suono che si sente, perché dipende dalla dimensione della tavola, nonché da moltissimi altri fattori. Ma il senso è che questo è un semplice saggio comparativo qualitativo. Se provate a seguire lo stesso procedimento su molte tavole diverse, confrontando le varie risposte sonore, vi renderete conto che ve ne sono alcune che hanno una risposta più smorta, meno vibrante, altre invece sono più brillanti, più intense, ed il suono decade più lentamente. Ovviamente si tratta di una prima selezione, che sarà ben lungi dalla deduzione di quale sarà l’effetto finale sul suono dello strumento. Questo vorrei che fosse chiaro e sottinteso. Ripeto, è solo un semplice saggio qualitativo e comparativo per scegliere quei “pezzi” di abete, che almeno in teoria, sembrano avere delle potenzialità migliori di propagazione dell’onda sonora. Poi si vedrà strada facendo e il giudizio sarà solo a strumento ultimato, con tantissimi altri fattori da aggiustare in base all’esperienza.

(nella foto sopra: a sinistra piano armonico di prima scelta maschiato, a destra: piano armonico di terza scelta).

L’aspetto estetico è un po’ più complesso. Di solito le pezzature di abete vengono separate in diverse scelte, dalla migliore alla più economica, sulla base di diversi fattori. Essenzialmente il fattore più importante riguarda la regolarità della distribuzione e dell’andamento delle venature, l’uniformità del colore, e la maschiatura. I piani più pregiati e più costosi sono quelli in cui le venature primaverili (chiare) e tardo primaverili (scure) seguono un andamento regolare, quasi del tutto equidistanti, con colorazione uniforme per tutta la superficie del piano armonico. I tagli da terza scelta sono solitamente quelli più irregolari nella distanza e andamento delle venature, e anche più disomogenei da un punto di vista cromatico. L’aspetto sonoro non viene preso in considerazione in questo frangente. Esistono piani di prima e terza scelta con ottime proprietà sonore e piani di prima e terza scelta con qualità di propagazione sonora non altrettanto buone. La distanza fra le venature ha un ruolo importante per il suono dello strumento. Dal momento che la vibrazione si trasmette attraverso le venature chiare, più tenere, che fanno come da “cuscinetti” della trasmissione sonora, è bene avere delle distanze non eccessivamente piccole di tali venature, ma neppure troppo larghe che smorzerebbero troppo la vibrazione. Di solito le venature chiare vanno ad allargarsi dal centro verso le periferie dei bordi, in modo simmetrico, visto il modo con cui le due metà dello spicchio radiale di abete vengono giuntate fra di loro.

Considerazione a sé merita la maschiatura. È una caratteristica delle piante nella zona della Val di Fiemme, e riguarda solo una piccola percentuale degli abeti. L’abete si dice maschiato quando presenta delle irregolarità o interruzioni delle crescite annuali (sulla cui origine botanica non si ha completa certezza o completo accordo della comunità scientifica) che determinano la comparsa di figurazioni molto particolari che interrompono la regolarità delle venature longitudinali. Taluni le chiamano anche lumacature, perché sembrano come le scie lasciate dal passaggio di una lumaca sulla superficie. L’effetto estetico è ben evidente. L’impatto estetico finale della maschiatura può essere molto forte e non sempre è apprezzato dai liutai. Le zone con le maschiature hanno densità e porosità molto diverse dal resto della tavola, che rendono diverso l’assorbimento di colore e vernice, per cui le maschiature risultano ben visibili anche a strumento finito. Ma come al solito, questa considerazione è molto legata al gusto personale. Sull’aspetto sonoro, se qualcuno è certo di conoscere come la maschiatura influenza il suono dello strumento, si faccia pure avanti… 😊 Alcuni sostengono che le maschiature funzionino da zone di “diffrazione” dell’onda sonora, utilizzando un po’ impropriamente un termine tipico della radiazione luminosa. Ovvero in corrispondenza di dette zone di brusco ed irregolare cambio di densità la radiazione rimbalza in molte direzioni. Sempre per usare il parallelismo con la radiazione luminosa, si direbbe che le maschiature sono zone che funzionano come sorgenti di ri-emissione dell’onda sonora in molteplici direzioni spaziali. Radiazioni che sarebbero di frequenze multiple e sottomultiple di quella principale. La maschiatura quindi darebbe secondo questa teoria un forte contributo alla ricchezza di armonici dello strumento. Ma si tratta di teorie, difficili, forse impossibili da dimostrare, per via del numero enorme di parametri costruttivi che influenzano l’emissione sonora dello strumento. Voglio dire che ci sono ottimi strumenti con abete senza maschiatura e con maschiatura. La maschiatura viene comunque considerata dai fornitori di legname come un valore aggiunto e i pezzi maschiati hanno un prezzo leggermente superiore. Nella mia esperienza ho provato dei piani armonici di abete rosso maschio della Val di Fiemme di prima scelta e fortemente maschiati. A me piacciono moltissimo, ma ne riconosco il forte impatto estetico sullo strumento finito, che non a tutti può piacere. Altro aspetto da considerare è che le maschiature complicano molto la lavorazione dell’abete e richiedono più che mai pialle, sgorbie e coltelli affilatissimi per avere un lavoro pulito.

Se guardiamo ai liutai del periodo classico, in primis A. Stradivari, ci si rende conto che gli strumenti con piano armonico maschiato non sono molto frequenti. Molti strumenti hanno degli ottimi piani armonici con venatura molto regolare e abbastanza stretta, ma non eccessivamente, e altri hanno piani armonici di minore qualità estetica, con venatura dalla larghezza meno regolare. Insomma bisogna anche considerare che nel ‘700 procurarsi il legname non era semplice ed immediato come oggi, quindi probabilmente si sfruttava tutto quello che si aveva a disposizione al momento, senza troppe elucubrazioni mentali. Sul discorso poi dell’abete rosso e del suono dei violini di Stradivari sono state fatte le più svariate e talvolta fantasiose ipotesi. Ad esempio quella per cui gli alberi di abete rosso di cui si aveva disponibilità nel periodo in cui visse Stradivari fossero resciuti in una piccola era glaciale che aveva fatto sì che le venature fossero strette e molto regolari. Oppure che i tronchi segati venissero portati a valle attraverso i corsi d’acqua fino alla laguna di Venezia, dove si impregnavano di minerali che modificavano la struttura lignea, contribuendo a quell’inossamento che sarebbe uno dei fattori del “magico” suono degli Stradivari.

Anche la stagionatura è molto importante nella scelta del legno in generale. Il legno deve essere sempre ben stagionato, secondo alcuni liutai per almeno 10 anni come base di partenza. Ovviamente la certezza degli anni di stagionatura si ha soltanto se si prende l’abitudine di comprare via via molto più legno di quello che si utilizza in un anno e lasciarlo stagionare nel proprio laboratorio. Altrimenti, soprattutto all’inizio ci si deve fidare del fornitore di legname. Chiaro che almeno per l’abete, maggiore stagionatura significa maggior costo. Per i fondi in acero o altre essenze, conta molto invece l’estetica, se in un pezzo o in due pezzi, etc… Ma sulla stagionatura non si scherza. Con la stagionatura il legno raggiunge un equilibrio di assorbimento/rilascio di umidità con l’atmosfera circostante. Il legno raggiunge cioè il suo “respiro” stabile e finale. Un legno non stagionato può giocare brutti scherzi, portando addirittura a rotture e scollamenti di piano o fondo durante le variazioni atmosferiche stagionali.

Valentino De Zorzi, il liutaio Garibaldino

Oggi parliamo di un liutaio che esercitò la sua attività a Firenze a cavallo fra 1800 e 1900, considerato un grande innovatore in ambito liutario e famoso anche per aver fatto parte delle file Garibaldine.

Valentino de Zorzi (VDZ) nacque a Vittorio Veneto nel 1837 e ben presto, ancora in giovane età, fu conquistato dai nuovi movimenti liberatori che animavano l’Italia di quegli anni. Si arruolò così nei Garibaldini. Partecipò all’assedio di Gaeta del 1860, direttamente nelle linee di resistenza contro gli attacchi ai Garibaldini. Vi sono fotografie storiche in cui compare VDZ insieme ai Garibaldini, fregiato di diverse medaglie. VDZ visse per un periodo a Bologna, dove lavorava in un’azienda che produceva carri per l’esercito. Da Bologna poi si trasferì a Pistoia nel 1880, e qui si avvicinò alla falegnameria e all’ebanisteria. Fu proprio in questa città che iniziò la sua avventura con la liuteria. Conobbe infatti a Pistoia il Conte Vieri Ganucci Cancellieri, importante collezionista di violini, viole e violoncelli. VDZ realizzò così da autodidatta il suo primo violino ed è probabile che il Conte Vieri, intuite le abilità artigiane del De Zorzi, ne abbia incoraggiato questa attività.

Da Pistoia VDZ si trasferì a Firenze nel 1885, e qui aprì una bottega in via del Corso. In questa città, negli anni dal 1885 al 1913, si ebbe la più importante produzione liutaria di VDZ. Divenne molto conosciuto in città, forse il liutaio più importante a Firenze in quegli anni. Gli furono commissionati anche importanti restauri, come quello del Contrabbasso di Bartolomeo Cristofori (Padova, 4 maggio 1655 – Firenze, 27 gennaio 1732 – inventore del forte piano) che fu modificato da 3 corde a 5 corde con un nuovo manico su cui si legge il timbro a fuoco con le iniziali del De Zorzi, VDZ. Tale contrabbasso, enorme, è esposto nella sezione strumenti musicali della Galleria Dell’Accademia di Firenze, poco lontano dalla viola tenore e dal violoncello del quintetto mediceo di Stradivari.

VDZ costruì violini, viole, violoncelli, controviolini, mandolini a fondo piatto, ed un contrabbasso. Negli ultimi anni di vita purtroppo dovette lasciare il lavoro a causa di problemi di vista. Valentino De Zorzi morì nel 1916. La sua attività di liutaio attraversò un periodo storico molto dinamico da un punto di vista artistico culturale. Si andava diffondendo l’Impressionismo francese, ed in Toscana aveva preso campo uno dei movimenti artistici più importanti, quello dei macchiaioli. Forse è un accostamento azzardato, ma sembra quasi nel lavoro di De Zorzi di intravedere dei tratti di questi movimenti artistici, per via di una fortissima personalità nei suoi strumenti. La sguscia molto profonda, il taglio delle effe con forte scavo della paletta che crea un forte contrasto sui bordi, il riccio molto scavato: si direbbero quasi degli strumenti impressionisti!

Abbiamo detto che VDZ costruì anche dei controviolini. Ma cos’è il controviolino? Il controviolino è proprio uno strumento inventato dal De Zorzi. Egli volle inserirsi con creatività nel dibattito da tempo esistente e ripreso dall’Accademia dell’Istituto Musicale di Firenze a partire dalla fine del 1800, circa la composizione del quartetto d’archi. Sappiamo che il quartetto d’archi è formato da due violini, una viola e un violoncello. Si criticava la presenza del secondo violino, che era una voce poco sensata in quanto duplicata del primo violino (voce di soprano) e non corrispondente quindi ad una ripartizione armoniosa delle quattro voci in soprano, contralto, tenore e basso. La questione non era nuova ed era già stata sollevata anche in passato, dove si erano formati quartetti con vari tipi di viole intermedie fra violini e violoncelli, come le viole da gamba. Si pensava allora che togliendo dal quartetto il secondo violino, si potesse inserire o uno strumento più basso, addirittura al di sotto del violoncello, oppure uno strumento tenore, un’ottava sotto al violino, intermedio fra viola (contralto) e violoncello (basso). È qui che arrivò De Zorzi. Egli progettò e realizzò uno strumento che chiamò controviolino. Se ne conservano sei esemplari al Conservatorio Cherubini di Firenze. Aveva la forma di un piccolo violoncello, sebbene più snello, ma il modo di suonarlo era appunto quello del violoncello. Era accordato un’ottava sotto al violino ed aveva una voce tenorile.

Lo strumento ricevette delle critiche molto positive dall’Accademia Musicale di Firenze. Fu esaminato a lungo, provato, e il De Zorzi ricevette addirittura una lettera di elogio dal Ministro della Pubblica Istruzione. Lo strumento veniva addirittura fatto studiare in Conservatorio a Firenze, agli studenti di violoncello. Eppure il controviolino non ha poi avuto la diffusione che De Zorzi sperava. Chiaramente era qualcosa di innovativo che non doveva rimpiazzare il secondo violino nelle orchestre o nei quartetti già esistenti. La musica che già esisteva non era stata concepita per questo tipo di strumento e doveva essere eseguita per il classico quartetto. La diffusione del controviolino doveva pertanto richiedere che nuova musica specifica per la nuova formazione di strumenti venisse appositamente scritta. Ma così non è stato. La creatività e l’ingegno di De Zorzi alla lunga non sono stati premiati ed il controviolino è rimasto alla fine poco più di un oggetto da museo, se si escludono alcuni brani scritti da Ruggero Leoncavallo appositamente per questo strumento.

Tornando al De Zorzi liutaio, ed osservando l’interno dei suoi strumenti, si vede che egli utilizzò salice rosso per gli zocchetti e le controfasce, e singolare è il modo con cui riduceva gli zocchetti delle punte veramente al minimo per aumentare il volume di aria all’interno della cassa. La sua etichetta riportava “Valentino De Zorzi fece in Firenze A. 1900”. Usava poi timbrare lo strumento in diversi punti, anche all’esterno, con il suo timbro a fuoco riportante le iniziali del nome VDZ. Ottenne diversi riconoscimenti nella sua vita di liutaio, a Milano, Bologna ed anche a Parigi.

La filettatura del piano armonico, indebolire per proteggere

In questi giorni ho filettato a cassa aperta il piano armonico del nuovo violino. E mentre lavoravo pensavo alla funzione del filetto, in particolare sul piano armonico. Il violino, così come gli altri strumenti della famiglia del quartetto, sono dei sistemi davvero complessi e frutti di equilibri che sono il risultato di secoli di evoluzione e adattamenti. Il primo esempio di filetto è di un violino di Andrea Amati del 1564, esposto all’Ashmolean Museum di Oxford.

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Controluce del piano armonico con il canale del filetto appena scavato.

La funzione del filetto non è soltanto decorativa, come si potrebbe immaginare, ma è anche di irrobustimento, concedetemi questo termine, o se vogliamo “protettiva” del bordo dello strumento. E questo è valido soprattutto per il piano armonico in abete. L’abete è un legno piuttosto fragile lungo la venatura. Ovvero si spacca con relativa facilità lungo la direzione parallela alla venatura. I bordi dello strumento sono soggetti a urti e altre sollecitazioni durante la vita dello strumento. Urti che ad esempio potrebbero aprire delle fratture lungo le venature, le quali dal bordo si propagherebbero con facilità al resto della tavola armonica. L’interruzione delle venature, almeno superficialmente, che si realizza con lo scavo per l’inserimento del filetto, permette appunto di eliminare o limitare questo effetto di propagazione di rotture dal bordo fino al resto della tavola. Fa davvero impressione mentre si realizza il canale per il filetto sul piano armonico, vedere quanto sottile sia il legno di abete che rimane in fondo al canale. Se si mette il piano armonico controluce si può vedere chiaramente il canale del filetto quasi in trasparenza. Dà una sensazione di fragilità e debolezza, eppure viene fatto con lo scopo di irrobustire! Non è affascinate questo concetto di rendere più debole per poi rendere più resistente? Sembra quasi un concetto filosofico! Lo stesso discorso si può estendere anche per il fondo dello strumento, sebbene in questo caso, data la maggiore densità e resistenza del legno (acero tipicamente) il problema sia meno evidente.

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Filetto appena incollato nel canale.

Un’ulteriore riflessione sul filetto. È costituito da striscioline di legno, quella centrale chiara, bianca (o rosata in caso si usi legno di pero) e due striscioline laterali di un legno tinto di nero. Oggi i filetti sono commercialmente disponibili con varie combinazioni di legni e spessori di parte centrale e laterali nere. Esisto anche filetti in fibra anziché in legno, ma non li prendo in considerazione. Il filetto dà allo strumento un forte carattere, soprattutto nell’esecuzione delle punte, ma anche in relazione al suo spessore e allo spessore relativo di parti bianca e nere. Addirittura nella scuola liutaria bresciana era d’uso inserire due filetti ad una certa distanza uno dall’altro.

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Dettaglio di una punta.

Per quel che mi riguarda, delle strisce nere molto corpose di solito appesantiscono molto l’estetica dello strumento. Ovviamente dipende dai propri gusti. Però è uno di quei dettagli che si iniziano a considerare andando avanti in questa attività di liutaio. All’inizio si prende un filetto qualsiasi, ed il solo pensiero è quello di ottenere un canale “pulito” per l’inserimento dello stesso, con andamento regolare, senza sbavature e punte non combacianti perfettamente. Ma adesso per esempio mi rendo conto che i filetti che si trovano in commercio non mi soddisfano più esteticamente. Hanno le striscioline nere troppo marcate. A me piace un filetto sottile nel complesso, e con parti nere poco evidenti. L’unica strada in questi casi è di prepararsi i filetti per conto proprio. Non è un lavoro complesso, ma serve tempo e pazienza. Occorre preparare dei fogli di legno degli spessori adeguati e poi incollarli fra di loro in morsa, e poi ritagliare delle striscioline longitudinali di circa 2 mm di altezza. Il dispendio di tempo è compensato dall’avere dei filetti unici, che daranno allo strumento un carattere unico e strettamente personale. A ben vedere nella liuteria non esistono operazioni che costituiscono delle perdite di tempo, perché tutto alla fine si riflette sull’unicità del proprio lavoro, capace di distinguersi dalla massa.

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Sguscia e raccordo con le quinte e la sesta effettuata. Adesso si disegneranno le effe e si inizierà a scavare il piano armonico.