Einstein e il violino

Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso.

Albert Einstein (1879-1955), premio Nobel per la fisica nel 1921, è sicuramente considerato uno dei più grandi fisici della storia della scienza. Noto per la teoria della relatività e per altri fondamentali contributi nella fisica teorica, i suoi studi e i suoi pensieri hanno influenzato l’immaginario collettivo, contribuendo a dare alla figura di Einstein una immensa fama. Simbolo di intelligenza, genio e creatività, insoliti per un uomo di scienza.

Dove il mondo cessa di essere ribalta

per speranze e desideri personali,

dove noi, come esseri liberi,

lo osserviamo meravigliati, per indagarlo e contemplarlo,

là entriamo nel dominio dell’arte e della scienza.

Se esponiamo ciò che abbiamo visto e sperimentato

attraverso il linguaggio della logica, stiamo facendo scienza;

se lo rappresentiamo in forme le cui interrelazioni

non sono accessibili al nostro pensiero cosciente,

ma solo riconosciute come significative

intuitivamente, stiamo facendo arte.

Comune a entrambe è la devozione per qualcosa

che va oltre il personale, lontano dall’arbitrio.

Einstein era anche un grande appassionato di musica, e fin da bambino aveva preso lezioni di violino. Adorava questo strumento e riusciva a suonarlo discretamente. Potremmo dire che la musica per Einstein era importante così come lo era la scienza. Anzi le due discipline si fondevano spesso nella sua vita. Trovava distrazione e ispirazione nella musica classica, in particolare in Bach e in Mozart. “Mi è impossibile dire se per me significa di più Bach o Mozart. Nella musica non vado alla ricerca della logica. In complesso seguo l’istinto e sono del tutto digiuno di teorie. Non mi piace mai un’opera musicale della quale non riesco ad afferrare intuitivamente l’unità interna, l’architettura.” O ancora: “La musica non influisce sulla ricerca, ma entrambe derivano dalla stessa fonte di ispirazione e si completano a vicenda nel senso di liberazione che procurano.

Si intratteneva spesso a suonare qualche nota al pianoforte o a suonare il violino, il suo prediletto strumento, anche in piccole formazioni cameristiche. La sua passione per il violino lo porterà anche a dire in tarda età: “la maggiore gioia nella mia vita è arrivata dal mio violino”.

La sua seconda moglie, Elsa, disse di Einstein: “As a little girl, I fell in love with Albert because he played Mozart so beautifully on the violin. He also plays the piano. Music helps him when he is thinking about his theories. He goes to his study, comes back, strikes a few chords on the piano, jots something down, returns to his study.” (“Da ragazzina mi innamorai di Albert perché suonava così bene Mozart sul suo violino. Suona anche il pianoforte. La musica lo aiuta mentre pensa alle sue teorie. Si immerge nel suo studio, ritorna, suona qualche nota sul piano, si annota qualcosa, ritorna al suo studio”).

Ben pochi sanno però che Einstein aveva cercato di sviluppare un modello matematico che descrivesse il violino e la relazione suono-forma da un punto di vista teorico. Ovvero un modello fisico-matematico che spiegasse come i diversi parametri costruttivi e le proprietà dei materiali utilizzati concorrono a generare una specifica vibrazione sonora nel violino. Questo tentativo era dettato sicuramente dalla sua insaziabile ed appassionata curiosità verso tutto, ma nasceva anche dal desiderio di trovare una soluzione ad un problema che aveva già tormentato liutai, musicisti e fisici (e che tuttora continua a farlo): capire e descrivere matematicamente con delle equazioni di stato il suono dello strumento e la sua relazione con gli aspetti costruttivi e geometrici. E tuttavia anche una mente tanto geniale e creativa, ben presto capì che questa sfida era impossibile per la complessità eccessiva del sistema. Troppe erano le variabili da considerare per sviluppare il suo sistema di equazioni, che risultava non risolvibile matematicamente. Basta pensare alle dimensioni della cassa, alla natura legno, alla sua densità e come questa varia nello spazio, le curvature, gli spessori, il volume interno della casa, la catena, l’anima, il ponticello, la vernice, la montatura, etc… potremmo continuare a lungo a scrivere parametri che influenzano il suono. Non solo, ma il violino è un sistema tridimensionale dove questi parametri agiscono su tre dimensioni spaziali.

Si poteva certamente semplificare il violino ad un modello di oscillatore bidimensionale. Questo è stato fatto e sono state sviluppate teorie fisiche che descrivono l’accoppiamento degli oscillatori, ovvero delle corde vibranti e della cassa armonica mediante il ponticello. Ma Einstein preferì lasciar perdere questa impresa. Chissà, forse aveva capito che la sensibilità di un liutaio, e del suo lavoro artigianale, fatto di decenni di esperienza, di fallimenti e di successi, la sua capacità di creare strumenti dal suono bello e potente sulla base di accorgimenti costruttivi di volta in volta da correggere e adattare secondo quello da un pezzo di legno le mani esperte comunicano alla mente -e viceversa-, non potevano essere sostituite da un’equazione matematica. Insomma forse Einstein aveva deciso che era meglio lasciare ai liutai “i segreti” del fare buoni strumenti! E talvolta, anche per i grandi liutai, esiste un fattore incognito, un imprevedibile, che fa sì che uno strumento suoni molto bene, suoni bene o non suoni come si desidererebbe.

Per concludere una simpatica curiosità. Anche Charlie Chaplin, altro personaggio di spiccata genialità ed enorme fama, era amante e suonatore discreto di violino. Fra l’altro suonava il violino da mancino, sulla spalla destra. Un giorno incontrando Einstein alla prima di “Luci della città” nel 1931, i due si scambiarono un bellissimo pensiero:

 “Quello che più ammiro nella vostra arte, è la sua universalità. Non dite una parola, e nonostante ciò tutto il mondo vi comprende” disse Einstein. “È vero”, rispose Chaplin, “ma la vostra gloria è ancora maggiore: il mondo intero vi ammira, anche se nessuno vi capisce”.