Luigi Tarisio (1796-1854): il “cercatore” di violini

Nella storia del violino il personaggio di Luigi Tarisio assume delle sfumature quasi mitologiche. Collezionista di strumenti ad arco, visse con i suoi violini un rapporto morboso, divenendo un abilissimo conoscitore degli strumenti usciti qualche decennio prima dalle più importanti botteghe dei Maestri liutai Cremonesi. Seppe guadagnarsi una grande reputazione in giro per l’Europa, e sicuramente ebbe un ruolo fondamentale nel diffondere e valorizzare gli strumenti Italiani al di fuori del loro paese natio. Anzi è il caso di dire che Tarisio è forse più conosciuto all’estero che in Italia. Ma la figura di Tarisio è quanto mai bizzarra e stravagante, la sua vita sembra quasi la storia di un personaggio di fantasia di qualche romanzo dell’epoca romantica.

Il vero nome di Luigi Tarisio era Luigi Teruggi. Nacque nel 1796 a Fontaneto d’Agogna, nella provincia di Novara in Piemonte, da una umile e povera famiglia di contadini. Le sue umili origini non gli permisero di seguire un’istruzione scolastica, tanto che egli rimase praticamente analfabeta per tutta la vita. Ben presto iniziò a lavorare per guadagnarsi da vivere, facendo l’apprendista presso un falegname. Ma la passione del violino già si andava insinuando nella sua vita. Infatti da autodidatta imparò a suonare questo strumento.

Luigi lasciò presto Fontaneto d’Agogna per trasferirsi a Milano, probabilmente per fuggire dalla chiamata al servizio militare sotto i Savoia. Fu a Milano che cambiò nome in Tarisio, per non farsi rintracciare, e si trasferì in un misero alloggio in via Legnano, presso porta Tenaglia. Si guadagnava da vivere con piccoli lavori di falegnameria e suonando il violino la sera nelle osterie in cambio di un po’ di cibo caldo.

La passione per i violini prendeva sempre più forza in lui. Girava per tutte le case e cascine in cerca di vecchi strumenti da riparare o ricostruire, li acquistava, spesso scambiando violini vecchi malridotti con violini nuovi. E così riuscì a costruire una raccolta enorme di strumenti che custodiva gelosamente nel suo appartamento di Milano. Dopo quasi quindici anni, era arrivato a possedere una prestigiosa collezione di strumenti ad arco italiani, comprendente soprattutto strumenti dei grandi Maestri liutai cremonesi. Oltre a strumenti completi la sua collezione comprendeva anche etichette, ponticelli, tavole, tastiere, e vari pezzi di strumenti.

Grazie a questa costante e quasi ossessiva ricerca, aveva affinato le sue doti di esperto conoscitore di strumenti antichi. Si dice che al primo sguardo fosse capace di riconoscere il costruttore dello strumento e anche l’anno di costruzione. “Quell’uomo annusa i violini come il diavolo una povera anima“, disse di lui il liutaio inglese John Hart.

Tarisio non fu soltanto un collezionista accanito di strumenti ad arco, si occupò anche del loro commercio, e fu proprio questo aspetto a farlo diventare un personaggio leggendario nella storia del violino, con numerosi aneddoti che si raccontano sui suoi lunghi viaggi per l’Europa. Tarisio cercava infatti di guadagnare da questa sua passione, senza mai però privarsi degli strumenti più prestigiosi e rimanendo comunque sempre un’umilissima persona, povera all’apparenza.

Se in Italia, e in particolar modo a Cremona, la liuteria era già in declino sul finire del ‘700 e l’inizio dell’800, in Francia invece la liuteria stava prendendo importanza, vi si trovavano delle botteghe di importanti commercianti e liutai e soprattutto vi era un fortissimo interesse di quest’ultimi per i violini dei grandi maestri cremonesi che avevano operato fino a metà ‘700. Tarisio intravide quindi questa grande possibilità di affari, prese un sacco e scelse sei violini di buona qualità (un Amati, un Ruggeri, un Maggini, uno Storioni e due Grancino), e partì a piedi per Parigi. Il viaggio fu lungo e difficile, ma dopo un mese circa Tarisio fu a Parigi. Possiamo solo immaginare come fosse ridotto dopo un viaggio di un mese a piedi! Non doveva certo avere l’aspetto di un bel signore elegante e pulito! Ma Tarisio si presentò comunque nel negozio di uno dei più importanti commercianti di violini, Jean-François Aldric, mostrandogli i violini che aveva nel suo sacco. Aldric fu colpito alla vista di tanti prestigiosi strumenti, ma pensando che il signore malconcio e sporco che aveva davanti non fosse un intenditore e che quindi non conoscesse il reale valore degli strumenti, offrì per i violini una cifra ben più bassa del prezzo reale. Tarisio invece non era certo uno sprovveduto e rimase deluso da un’offerta così bassa. Però capì che se si fosse presentato in queste botteghe parigine come un signore di classe, ben vestito, pulito, in carrozza, la sua credibilità sarebbe stata migliore ed anche il guadagno. E così fece. Ogni volta che si presentava a Parigi, a Londra o a Madrid per mostrare e vendere i violini, li presentava ciascuno nel suo astuccio, si vestiva elegantemente e noleggiava una carrozza.

Pian piano la sua fama in Europa crebbe, era conosciuto e rispettato da tutti i più importanti commercianti di strumenti ad arco. Ma soprattutto era noto per essere un grande conoscitore di strumenti.

Molti sono gli aneddoti e le avventure sulla vita di Tarisio e sul suo rapporto con gli amati strumenti. Forse una delle più note è quella che ha dato il nome ad un famoso violino di Antonio Stradivari: il Messia del 1716. Nella visita a Parigi del 1827, si vantava con i commercianti di essere in possesso di un violino straordinario di Stradivari. Straordinario e così meraviglioso che “lo si poteva ammirare solo in ginocchio” perché era come nuovo, non era mai stato suonato ed era come se fosse uscito “oggi dalle mani del maestro”, a detta del liutaio londinese John Hart. Ma Tarisio si rifiutava di portare questo strumento a Parigi, così il genero del grande commerciante e liutaio francese J.B. Vuillaume, il violinista Delphin Alard, disse un giorno: “Ma insomma, il vostro violino è come il Messia. Lo si aspetta sempre ma non appare mai!”. Oggi questo violino, considerato uno dei più pregiati violini di Stradivari proprio per le sue condizioni di conservazione quasi perfette e del tutto originali, si trova all’Ashmolean Museum ad Oxford. Probabilmente Tarisio lo aveva acquistato dal Conte Cozio di Salabue nel 1824, anche se Vuillaume riporta il 1827. Ma è probabile che il 1827 sia l’anno della prima volta che Vuillaume ne sentì parlare da Tarisio, che poi è stata confusa con la data in cui Tarisio lo acquistò dal Conte Cozio. In ogni caso questo strumento continua a non essere suonato ancora oggi. Fu negata la possibilità di suonarlo anche al grande virtuoso Salvatore Accardo, perché secondo la direzione del Museo si correvano seri rischi di resistenza della struttura. Secondo la nota casa d’aste di New York e Londra per strumenti ad arco che porta proprio il nome di Tarisio, si stima che questo violino possa avere un valore di oltre 30 milioni di euro.

Un’altra avventura che si racconta sulla vita di Luigi Tarisio riguarda la Spagna, Madrid ed un violoncello, sempre di Stradivari. Aveva acquistato in Spagna un violoncello di Stradivari, privo della tavola armonica. Quest’ultima l’aveva già trovata e comprata a Parigi. Si trattava del prestigioso violoncello del quintetto spagnolo di Stradivari. Tarisio stava ritornando con la cassa del violoncello su una nave mercantile al largo della costa bretone quando si ritrovò nel bel mezzo di una violenta tempesta. La nave rischiò seriamente di affondare, ma Tarisio non mollò un attimo il suo violoncello. Si chiuse nella sua cabina e lo tenne per tutto il viaggio fra le sue braccia. Per fortuna tutto finì per il meglio e Tarisio riuscì poi a portare il violoncello superstite fino a Parigi, dove poté essere ricongiunto alla sua tavola armonica. Lo strumento fu poi portato a Londra, dove venne acquistato da un collezionista. Parlando di questa avventura con il liutaio londinese, si racconta che Tarisio disse: “Ho temuto che fosse suonata l’ultima ora per il violoncello spagnolo!”. L’unica sua preoccupazione era il violoncello! Ancora prima della sua stessa vita.

Egli espanse infatti i suoi contatti anche a Londra, dove entrò in contatto con un altro importante commerciante di strumenti, John Hart (1805-1874). Hart comprò da Tarisio un violino di Stradivari del 1720, poi venduto al collezionista Joseph Gillot che ancora dà il nome allo strumento.

Nel libro su Stradivari degli Hill del 1902, si parla di una descrizione di Tarisio data un esperto di strumenti di Bruxelles, M.van der Hayden, che conobbe sia Tarisio, sia Vuillaume: “Egli era una persona dall’apparenza comune, sembrava proprio quello che in realtà era: un contadino. Parlava Francese in modo maldestro, vestiva con pessimi abiti, indossava grosse e pesanti scarpe. Era alto e magro, aveva i connotati di un tipico Italiano…

La vita di Tarisio andò avanti così, fra viaggi sempre più frequenti fra Parigi, Londra e Madrid, e una ricerca costante di strumenti. Sicuramente animato da una passione profonda e viscerale, ma con una forte attenzione per gli affari. Rimase sempre una persona umile e molto riservata. Non parlava molto, essendo piuttosto schivo di carattere. Al ritorno dei suoi viaggi per l’Europa si chiudeva nella sua stanza insieme ad i suoi strumenti ed era capace di restarvi per giorni interni, senza che nessuno sapesse esattamente come trascorresse il tempo. La cosa singolare della collezione di strumenti accumulata da Tarisio è che, a parte gli aneddoti tramandati dalle persone che aveva conosciuto, non si sa molto di come e dove abbia fisicamente ottenuto gli strumenti.

Parlando di Luigi Tarisio e del collezionismo di strumenti ad arco non si può non citare e fare un confronto con un’altra figura storica importante in questo contesto, ovvero con il Conte Ignazio Alessandro Cozio di Salabue. Era nato nel 1755, quindi quasi mezzo secolo prima di Tarisio, da una nobile famiglia di Salabue, un paese a circa 80 chilometri da Torino. Anche Cozio fu un importante appassionato e collezionista di strumenti ad arco, che fra l’altro aveva acquistato anche i cimeli dalla bottega di Antonio Stradivari, a seguito di trattative con il figlio Paolo, ultimo erede del grande maestro. Ma Cozio e Tarisio non potevano essere più diversi, sia come posizione sociale, sia come carattere. Cozio era nato da una famiglia nobile, pieno di privilegi. Tarisio come abbiamo vista era di umili origini contadine, nato nella povertà. Eppure la passione per il violino li accumunava ed un certo senso li avvicinava. Cozio aveva stretto una collaborazione con il liutaio G.B. Guadagnini a Torino, che realizzava per lui strumenti ed effettuava restauri e riparazioni sugli strumenti antichi acquistati dal Conte. Eppure anche Tarisio, analfabeta, formatosi da solo girovagando per le città e le campagne alla ricerca di strumenti, era riuscito a sviluppare un’enorme capacità di valutazione e riconoscimento degli strumenti, che lo aveva nel tempo reso un personaggio degno di tanto rispetto, mettendo su una delle collezioni o forse la collezione di strumenti ad arco più importante di ogni tempo.

Non esistono tracce in documenti storici di una interazione fra Cozio e Tarisio. Eppure anche il Conte Cozio era particolarmente attivo nella città di Milano, dal momento che lavorava in collaborazione anche con i liutai Francesco e Carlo Mantegazza e reperì molti strumenti della sua collezione proprio in questa città. Nella prima metà del 1800 (1820-1830) proprio anche grazie a Cozio e Tarisio, a Milano si era accumulata una grande quantità di strumenti storici. In un certo senso era divenuta la capitale del commercio dei violini, prima che il privilegio passasse poi a Parigi e a Londra.

Il violino il Messia di cui abbiamo parlato passò dalla collezione del Conte Cozio a quella di Tarisio ad un certo momento degli anni 20 del 1800. Ma è solo dal 1839 che esistono delle evidenze storiche di qualche scambio di informazioni fra Cozio e Tarisio. Sicuramente il fatto che Tarisio fosse analfabeta era la prima causa di questa costante mancanza di documenti o lettere nella sua vita e negli scambi con altri collezionisti o liutai. Nel 1839, il 2 dicembre per l’esattezza, il Conte Cozio ricevette una lettera dal suo agente Carli, per informalo che Tarisio aveva chiesto un incontro per vedere la collezione del Conte a Milano. Nella lettera si aggiungeva che Tarisio aveva intenzione di fare “nuovi” affari con il Conte, lasciando supporre che dei contatti e delle vendite o scambi fossero già stati fatti in passato (probabilmente proprio il Messia).

Il Conte Cozio morì nel 1840, quindi 14 anni prima di Tarisio. Quest’ultimo era ovviamente molto interessato alla sua collezione e prese contatti con la figlia del Conte, Matilde, sempre con Carli come agente. Risulta che Tarisio riuscì con successo a negoziare l’acquisto di ben 13 violini di vari autori, 1 violoncello di Bergonzi, dei manici di violino e un piano armonico, per un totale di 2850 franchi, anche se la richiesta iniziale del Conte era stata 4900 franchi. Questo ci dice che nonostante le sue umili e semplici origini, Tarisio era molto abile anche nel fare affari e negoziare a proprio favore. Ci sono altri contatti con la figlia Matilde e il tramite di Carli nel 1842 e nel 1844, ma non riuscì ad ottenere degli strumenti di Guadagnini perché la sua offerta di 100 franchi era troppo bassa. E tuttavia poi nel 27 gennaio del 1844 Tarisio riuscì ad acquistare ben sei strumenti di Guagagnini. La collezione del conte Cozio era particolarmente ricca degli strumenti di questo autore proprio per contratto che i due avevano stipulato fra il 1773 e il 1777.

Giusto per dare un’idea di quanto Tarisio fosse un instancabile viaggiatore alla ricerca di strumenti, secondo varie fonti e pubblicazioni, fra il 1840 e il 1852 Tarisio era a Cremona accompagnato da un violinista alla ricerca di strumenti. Anche a Brescia, patria di Gasparo da Salò, Tarisio aveva dei contatti e degli intermediari. Nel suo ultimo viaggio a Cremona nel 1852, Tarisio acquistò altri trenta violini dal liutaio Enrico Ceruti.

Una sera del 1854, dopo essere rientrato nel suo misero appartamento, non fu più visto uscire per giorni. I vicini insospettiti avvisarono le guardie che sfondarono la porta. Si dice che Tarisio fu trovato morto su un divano abbracciato a due violini. In quella povera stanza erano custoditi più di cento strumenti, molto oro e una discreta somma di denaro.

La notizia della morte di Tarisio si sparse ben presto fra i commercianti che egli era solito visitare in Europa. In particolare il commerciante francese Vuillaume, appresa la notizia della sua morte, si precipitò a casa degli eredi a Fontaneto d’Agogna. L’incontro con la famiglia Teruggi, viene così descritto da Franz Farga:

Chiese dei nipoti di Tarisio e gli fu indicata una casa di contadini lunga e bassa. Entrò e si trovò in una stanza spaziosa ma quasi nuda che serviva anche da cucina. Sul focolare era appesa una pentola nera di fuliggine e attorno a una grande tavola sedevano a cena le due famiglie. Vuillaume, che parlava correntemente l’italiano, si presentò, e i due nipoti gli diedero il benvenuto.

Vuillaume seppe allora che gran parte degli strumenti di trovavano nella sua abitazione di Milano e che lì ne erano stati portati solo alcuni. Possiamo soltanto immaginare la reazione di stupore e gioia di Vuillaume, quando fra questi pochi strumenti presenti a Fontaneto d’Agogna, vi trovò uno Stradivari, due G.B.Guadagnini, un Guarnieri del Gesù e un Carlo Bergonzi e soprattutto il tanto nominato e mai apparso Messia di cui Tarisio parlava già da più di venti anni. Vuillaume si recò subito anche a Milano nella dimora di Tarisio ed in totale recuperò 144 strumenti, fra violini, viole e violoncelli. Tutti i grandi liutai dell’epoca d’oro cremonese erano presenti in quella collezione, più di venti Stradivari, diversi Guarneri del Gesù, Nicola Amati, etc… Agli eredi di Tarisio non importava molto di questa collezione di strumenti, o per lo meno trovarono difficile piazzarli velocemente. L’eredita in denaro, oro e possedimenti nel paese natio lasciata loro da Tarisio li aveva evidentemente già resi felici. Per cui accettarono la cifra di 80000 franchi da Vuillaume per tutta la collezione. Fu una sorta di furto dell’epoca, che fece la fortuna di Vuillaume. Si stima che già all’epoca il reale valore di quella collezione superasse i due milioni di franchi.

Eppure nonostante questa ricchezza accumulata, Tarisio passò tutta la vita nella povertà e nell’umiltà, curandosi solo dei suoi strumenti, ed utilizzando la sua ricchezza solo per acquistare nuovi strumenti.

George Hart (il figlio di John Hart) scrisse un’opera “The Violin: Its Famous Makers and their Imitators” che è la fonte principale di tutte le principali notizie biografiche e degli aneddoti di cui abbiamo parlato su Luigi Tarisio. Nel libro si legge:

Si potrebbe dire che Tarisio abbia vissuto un’intera vita da eremita. Non aveva altri piaceri oltre ai suoi violini: erano tutto ciò che aveva in questo mondo. Nel suo alloggio, in Via Legnano, vicino Porta Tenaglia a Milano, a nessuna persona tranne lui stesso era permesso di entrare. Persino i suoi vicini non avevano notizie circa la sua reale occupazione. Egli saliva nel suo attico senza scambiare una parola con nessuno, e lo sigillava con cura prima di iniziare i suoi lunghi viaggi, nella stessa taciturna maniera. Per questo si era attirato la fama di un individuo misterioso, e tutto ciò che girava intorno alla sua vita era impenetrabile e altrettanto misterioso.

Bibliografia:

  •  “The Violin: Its Famous Makers and their Imitators” George Hart 1875
  • The violin hunter Luigi Tarisio ” di Alexander Silverman. 1957
  • Storia del violino, Franz Farga 1942
  • Antonio Stradivari, His Life and Work, 1644-1737. W. Henry Hill, Arthur F. Hill, Alfred E. Hill