Storia della liuteria: Antonio Stradivari (1644-1737)

E per inaugurare questa nuova sezione del blog dedicata alla storia della liuteria, eccoci a parlare del liutaio sicuramente più conosciuto di tutti i tempi, il grande Maestro cremonese Antonio Stradivari!

Nacque a Cremona, ma la data di nascita non è esattamente nota, e viene situata di solito nel 1644. Negli oltre 70 anni della sua attività dominò il mercato della liuteria, raggiungendo una notevole fama mentre era ancora in vita. Grazie anche all’aiuto dei suoi figli Francesco ed Omobono e di altri collaboratori, dalla sua bottega uscirono più di 1000 strumenti, di cui circa 650 sopravvivono ancora oggi. Tali strumenti si distinguono per la superba abilità artigianale e per la grande qualità del suono, tanto ricercata dai grandi solisti virtuosi.

Su Antonio Stradivari sono state scritte molte opere. Una delle più conosciute ed autorevoli è quella degli Hill: Alfred e Arthur Hill, “Antonio Stradivari: His Life and Work” del 1902. Successivamente, un’altra grande opera su Stradivari è stata quella di Simone Fernando Sacconi, “I Segreti di Stradivari” del 1972. Altra interessante opera è “Stradivari” di Stewart Pollens, 2010.

La prima etichetta conosciuta di Antonio Stradivari riguarda un violino del 1666, che riporta “Antonius Stradivarius Cremonensis Alumnus Nicolaij Amati, Faciebat Anno 1666”. Sarebbe quindi una testimonianza che Stradivari sia stato allievo di Nicolò Amati (il nipote di Andrea Amati). In realtà non esistono delle testimonianze dirette del fatto che Stradivari abbia appreso l’arte liutaria da Nicolò Amati, anche se i primi strumenti di Stradivari mostrano una netta influenza dei modelli e del metodo degli Amati, come del resto questa “amatizzazione” si ritrova nel lavoro di molti liutai di quel periodo. In ogni caso, dal momento che Stradivari non usò mai più questa etichetta, secondo alcuni liutologi è ipotizzabile che si possa anche trattare di una dichiarazione falsa di Stradivari, e che Amati gli abbia chiesto di non utilizzarla più. Ma ovviamente sono solo congetture. È quanto mai probabile, del resto, che volendosi avvicinare al mondo della liuteria, Stradivari abbia ricevuto insegnamenti da quella che era la famiglia di liutai più importante in Cremona a quel tempo, gli Amati appunto.

Nel 1667 Stradivari sposò la sua prima moglie, Francesca Ferraboschi, e si trasferì nella casa dell’architetto e intagliatore Francesco Pescaroli presso la cui bottega aveva fatto apprendista fin da bambino. Che vi fossero legami stretti fra Pescaroli e Stradivari è provato proprio dal fatto che Pescaroli si adoperò come garante di Stradivari in occasione del suo matrimonio con Francesca Ferraboschi e offrì appunto alla coppia una casa con annessa bottega, corredata anche di arnesi, nella contrada di Sant’Agata. In questa casa nacquero i primi sei figli della coppia. Fra questi, Francesco (1671-1743) ed Omobono (1679-1742) diverranno liutai nella bottega del padre. Come dicevamo, il lavoro di Stradivari di questo primo periodo era fortemente influenzato dallo stile di Nicolò Amati, e rimangono ad oggi non molti strumenti dei suoi primi anni di attività. In questo senso è probabile che lavorasse anche per altri maestri liutai, almeno fino agli anni 80 del 1600.

Nel 1680 Stradivari si trasferì in Piazza San Domenico (oggi piazza Roma) a Cremona e qui nacque la sua storica bottega ove lavorò fino alla morte e che vide il massimo splendore della sua innovazione e della sua produzione nel campo della liuteria, allontanandosi progressivamente sempre più dallo stile degli Amati. Nel 1690 introdusse una nuova forma, la cosiddetta forma Lunga, nel tentativo di proporre un formato che permettesse di raggiungere il suono degli strumenti bresciani, di Maggini in particolare, con maggiore pienezza e profondità di suono. Altre modifiche tecniche costruttive di quegli anni riguardano il filetto che diventa più largo, le ff più accentuate, le maggiori curvature nella tavola armonica, e cambia anche la vernice. Se vogliamo sono gli anni della creatività di Stradivari, in cui sperimenta per arrivare ad una propria nuova concezione di strumenti ad arco.

Da un punto di vista culturale Stradivari era poco più che analfabeta, come dimostra lo scarso livello grammaticale di una lettera in cui si scusa con un ignoto cliente per il ritardo della consegna dello strumento:

Molto Ill[ustr]e et Molto Rev[rend]o mio sig[no]r pat[ron]e oss[ervandissimo], Compatirà l[a] tardanza del violino per che è statto la causa per la vernice per lo gran crepate che il sole non li facia aprire pero V[ostra] S[ignoria] lo receva ben agiustato dentro la sua cassetta e me spiace che non ho potutto far di piu per renderla servita e per la mia fattura V[ostra] S[ignoria] me mandarà un filippo che merito di piu ma per servire la di lei persona me contento cosi qui resto con riverire di tutto cuore e se vallio in altro la prego de li soi cari comandi e li bacio le mane. Di V[ostra] S[ignoria] molto Ill[ustre]e e R[iverit]a Devotis[si]mo Servitore. Ant[oni]o Stradivari Cremona 2 Agosto 1708”.

Il violinista e compositore Gaetano Pugnani (1727-1808), che lo conobbe da bambino, descriveva così Stradivari:

Era alto di statura e magro. Abitualmente indossava una cuffia di lana bianca in inverno, e di cotone in estate, portava sui vestiti un grembiule di pelle bianca quando lavorava e siccome lavorava sempre, il suo abito non variava mai. Si era arricchito con il lavoro e l’economia: al punto che gli abitanti di Cremona avevano l’abitudine di dire ricco come Stradivari…”.

L’arte liutaria raggiunse in Stradivari vette eccelse. La sua attività era inarrestabile, la ricerca della qualità sonora ed estetica lo aveva portato a definire dei nuovi standard di dimensioni degli strumenti, ancora oggi utilizzati. Aveva in sostanza raggiunto la perfezione estetica ed acustica degli strumenti, risolvendo le problematiche acustiche in combinazione ed accordo con quelle costruttive. Quindi la grande abilità di Stradivari fu quella di aver preso gli insegnamenti della scuola Cremonese e di quella Bresciana e di averli portati al massimo livello di sintesi nella realizzazione di strumenti ad arco.

Molta importanza è stata data alla sua vernice, ed in particolare alle procedure di preparazione del legno prima della verniciatura, attribuendo i fondamentali effetti di queste sulle proprietà acustiche degli strumenti. La ricerca della vernice di Stradivari, e soprattutto del trattamento di preparazione del legno prima della verniciatura è ancora oggi un argomento che tormenta i più grandi liutai, alla ricerca di fantomatici segreti perduti. E’ anche probabile che la verniciatura in quel tempo non destasse particolari attenzioni, voglio dire, che fosse cioè una procedura comune e che semplicemente la vernice la si comprasse pronta da qualche speziale.

In sintesi quindi lo spartiacque per il raggiungimento della maturità artistico-artigianale di Antonio Stradivari è datato intorno al 1690. Gli strumenti anteriori a tale data vengono definiti come “amatizzati”, in quanto influenzati fortemente dallo stile di Nicolò Amati. Dopo il 1690 come abbiamo visto, partì il rinnovamento, con il raggiungimento della dimensione di 36 cm, ed una voce piena, grave, di rara brillantezza ed intensità. Il periodo migliore della sua produzione si colloca fra il 1700 e il 1720 ed è chiamato “periodo d’oro”. Anche la scelta del legno in questo periodo è sempre eccelsa, di primissima qualità.

A partire dal 1720 e fino al 1725 la qualità del legno tende ad essere minore, e così anche la cura dei particolari, sebbene il suono si mantenga su livelli eccelsi.

A partire poi dal 1725 si registra una maggiore decadenza, ed è probabile che i figli e gli allievi dominassero la scena della movimentata e frenetica bottega del Maestro. Le fama di Stradivari era piuttosto importante, le richieste erano molte ed è ovvio che il Maestro da solo non riuscisse a soddisfarle tutte, inoltre egli cominciava anche ad avere una certa rispettabile età, avendo 81 anni nel 1725. Le sue forze e le sue energie produttive non potevano certo essere quelle di qualche decennio prima. Inoltre Cremona era sotto la dominazione Austriaca e le riforme economiche messe in atto portarono ad un lento declino delle botteghe artigiane di vecchia concezione, che nel 1773 finirono quasi del tutto, con la soppressione delle corporazioni medievali. Anche la scelta del legno potrebbe aver risentito di difficoltà di approvvigionamento legate anche a fattori politici economici che riguardavano la dominazione straniera delle città del Nord Italia in quegli anni.

Bisogna anche considerare che se gli Amati avevano dominato la scena della liuteria Cremonese fino allora, nel 1684 Nicolò Amati morì e sebbene la bottega fosse passata al figlio Girolamo (II) in realtà egli non riuscì a mantenere la bottega ai livelli di qualità avuti in precedenza e quindi è probabile che la bottega di Stradivari abbia iniziato a ricevere sempre più commissioni, guadagnando sempre più importanza in città, ben maggiore di quella della famiglia Guarneri.

Stradivari divenne ben conosciuto in tutto il territorio italiano, e riceveva commissioni di strumenti da parte delle famiglie nobili più potenti, banchieri e principi, case regnanti. Ne è dimostrazione la commissione del quintetto da parte dei Medici nel 1690. O ancora il quartetto costruito sempre nel 1690 per la Corte Spagnola.  Quindi già prima del 1700 la sua fama aveva superato quella degli Amati e degli Steiner. Dalla sua bottega passarono importanti allievi che sarebbero diventati grandi liutai, fra cui Carlo Bergonzi, Alessandro Gagliano, Lorenzo Guadagnini.

Nel 1698 morì la sua prima moglie e nel 1699 sposò Antonia Zambelli Costa, dalla quale ebbe altri cinque figli. Nel periodo d’oro 1700-1720, il figlio Francesco iniziò a lavorare a tempo pieno nella bottega, mentre Omobono solo parzialmente. Ma il lavoro dei figli consisteva essenzialmente in un aiuto al lavoro del padre, e quando i figli realizzavano per loro conto interi strumenti, di solito erano di categoria più economica, con legni di seconda scelta e con l’etichetta “sub disciplina Stradivarii”, ovvero sotto la supervisione del padre. I figli non raggiunsero mai l’eccellenza del padre e dopo la morte di quest’ultimo, la bottega si avviò ad un lento declino.

Ma tornando al periodo d’oro, in questo ventennio si può dire che si assiste alla “maturazione” della produzione Stradivariana, con la forma che raggiunge la sua dimensione ideale e la vernice che diventa più bella con i tipici riflessi arancio-bruno-rossastri (sebbene oggi li vediamo dopo trecento anni di ossidazione del legno!). Appartengono a questo periodo strumenti come il Betts (1704), l’Alard (1715), il Cremonese (1715), il Messia (1716), il Lady Blunt (1721) che sono fra i più conosciuti. Gli strumenti di questo periodo d’oro sono caratterizzati da bombature più basse e larghe, legni di eccezionale bellezza, e vernice che ancora oggi tormenta tanti liutai. Questi strumenti sono noti per il loro suono portentoso, ricco e brillante. Non dobbiamo poi dimenticare che Stradivari non realizzò soltanto violini, ma anche violoncelli, per i quali definì un nuovo standard di misura (la cosiddetta forma B a partire dal 1707) che poi fu utilizzata dalla maggior parte dei liutai nei secoli a seguire. Anche i violoncelli, sebbene in numero assai inferiore rispetto ai violini (circa 80), sono particolarmente apprezzati dai grandi solisti per la qualità e la potenza del loro suono, al pari di quelli di Montagnana. Ben noti sono ad esempio i violoncelli Duport e Davidov o il violoncello Piatti, appartenuto al grande violoncellista Alfredo Piatti.  Stradivari realizzò inoltre arpe, chitarre, viole, viole da gamba, liuti, mandolini e altri strumenti. Di viole oggi giorno ne rimangono circa 11, prevalentemente di tipo contralto, e lunghezza intorno ai 40 cm.

Antonio Stradivari lavorò fino ad una rispettabile età di 93 anni, e negli ultimi anni di vita sull’etichetta dei suoi strumenti compare anche la scritta “d’anni …” ad indicare la sua veneranda età. Negli ultimi di produzione la qualità non è più ai livelli del periodo d’oro, ma pur sempre rispettabile. È probabile che il grosso del lavoro venisse fatto dai figli e che Antonio Stradivari curasse solo le rifiniture degli strumenti. Antonio Stradivari morì il 18 dicembre 1737. Venne sepolto nella basilica di San Domenico nella tomba di famiglia. Nel 1869 la chiesa venne abbattuta insieme al monastero perché considerati pericolanti ed oggi vi si trova piazza Roma, dove compare a ricordo una lapide funebre. La lapide originale di Stradivari è esposta nel Museo del Violino, insieme al suo testamento olografo.

Importanti musicisti si fecero portavoce della diffusione degli strumenti di Stradivari già dalla fine del 1700. In particolare G. B. Viotti (1755-1824) fece conoscere i suoi violini in Francia e poi in Inghilterra. Gli strumenti di Stradivari ricevevano sempre più consensi nel mondo della musica, ed erano molto ricercati, anche dai collezionisti. Basta pensare in Italia ai due grandi collezionisti di strumenti: il Conte Cozio di Salabue (1755-1840) e Luigi Tarisio (1796-1854), grazie al quale molti strumenti Stradivariani presero la via di molte città europee.

Il numero totale di strumenti costruiti nella bottega di Stradivari viene stimato dagli Hill di Londra in circa 1116 strumenti, di cui 960 violini. Gli strumenti giunti fino ad oggi sono circa 650 e fra questi i violini circa 450.

Abbiamo già detto che intorno ai violini di Antonio Stradivari si è creato -potremmo dire- quasi un mito. Questo discende dai numerosi studi e tentativi sperimentali che sono stati fatti per capire l’origine di un suono considerato così bello di questi strumenti, che li rende ricercatissimi dai grandi solisti. Anche il collezionismo ne ha fatto aumentare il valore in modo esponenziale, ed oggi gli strumenti di Stradivari vengono battuti alle aste per milioni e decine di milioni di euro. Sono state fatte numerosissime speculazioni a riguardo del suono “inimitabile” dei suoi strumenti. A partire dai segreti della vernice e della preparazione del legno prima della verniciatura, fino alla densità del legno. Addirittura si è ipotizzato che il legno di abete rosso di risonanza che aveva a disposizione Stradivari, proveniente dalle foreste della val di Fiemme ed in particolare da Paneveggio avesse delle proprietà di compattezza ed elasticità eccezionali, dovute ad una piccola era glaciale verificatasi fra il 1645 e il 1715. In queste condizioni climatiche le piante sarebbe cresciute più lentamente, dando appunto un legno con venature molto regolari, compatto e dalle eccezionali proprietà acustiche.

Un’altra ipotesi riguarda il modo con cui i tronchi venivano portati in città dalla foresta. Non esistevano certi i mezzi di oggi ed i tronchi venivano portati a valle sfruttando i corsi d’acqua fino alla Laguna Veneta, impregnandosi lì di acqua salata. Questo carico di salinità, impregnando il legno e cristallizzandosi, poteva indurre poi con la stagionatura un inossamento particolare con indurimento delle fibre e miglioramento delle proprietà acustiche.

Addirittura da analisi elementari di frammenti di vernice e di legno sono state fatte ipotesi di un trattamento a base di silice, potassa e carbone, che poteva essere una sorta di “lavaggio” con liscivia prima della verniciatura. Dal momento poi che la vernice non poteva essere data direttamente sul legno crudo, si è ipotizzata la presenza di uno strato isolante protettivo a base di albume, miele, zucchero e gomma arabica. Consiglio di leggere I Segreti di Stradivari di S.F. Sacconi al capitolo della verniciatura. Si è detto anche che le proprietà sonore eccezionali derivassero da attacchi di muffe sul legno e sono stati fatti esperimenti che rasentano l’inverosimile, di attacchi fungini su violini moderni per imitare il suono degli stradivari. Alcuni di questi esperimenti sono molto recenti:

https://www.rsi.ch/news/svizzera/Funghi-per-trasformare-i-violini-10152086.html.

Uno studio molto recente ed interessante invece ha messo a confronto la voce degli strumenti antichi con quella umana:

http://www.pnas.org/content/early/2018/05/16/1800666115

Insomma esiste una letteratura enorme di studi che cercano di capire il perché del suono “speciale” dei violini di Stradivari.

Come dicevo, spesso si tratta di miti. Il suono dei suoi strumenti (non proprio tutti in verità) è sì bellissimo, ma alle volte sono stati fatti esperimenti in cieco ed i suoi strumenti non sono risultati distinguibili da altri eccellenti strumenti antichi o moderni, talvolta non solo da cui li ascoltava nelle sale da concerto, ma neppure da chi li suonava. Ad esempio sei su dieci violinisti virtuosi avevano dato il voto migliore a uno strumento moderno. Su di uno, in particolare, si erano concentrati gli apprezzamenti dei virtuosi e non era uno Stradivari.

I violini di Stradivari hanno poi trecento anni, e i naturali processi ossidativi che il legno subisce in questo arco di tempo sono difficilmente replicabili in laboratorio su scale di tempo ben più corte. Poi gli strumenti sono stati modificati da montatura barocca a quella moderna nel corso dei secoli, gli strumenti che hanno ancora la vernice originale sono pochissimi… questo per dire che tutti questi studi difficilmente conducono a risultati definitivi o a scoperte sensazionali perché le variabili in gioco sono davvero tante. Ammesso poi che di scoperte sensazionali si tratti! Io rimango dell’idea che i “segreti” (comoda parola romantica per giustificare le proprie difficoltà nel raggiungere i livelli di un grande maestro artigiano) siano solo la conseguenza di una immensa abilità artigianale ed una grande sensibilità, sicuramente unita poi a contesti storici geografici e climatici favorevoli. Ma alla fine pur sempre di artigianato si tratta!

Una delle collezioni più importanti di strumenti di Stradivari è quella del re di Spagna, esposta nel museo degli strumenti musicali del Palazzo reale di Madrid (due violini, due violoncellli ed una viola). Altre collezioni importanti sono quelle della Biblioteca del congresso degli Stati Uniti, della Nippon Music Foundation a Tokyo che conta circa 18 strumenti fra cui quelli appartenuti anche a Nicolò Paganini, poi ancora quella dello Zar di Russia, del Museo del violino di Cremona, della Galleria dell’Accademia di Firenze con la famosa viola tenore del quintetto mediceo ed il violoncello dello stesso quintetto. Il Museo degli Strumenti Musicali dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia possiede il cosiddetto violino toscano, anch’esso parte del quintetto mediceo. Lo Smithsonian Institution possiede il Quartetto Axelrod (violini Stradivari Greffuhle e Ole Bull, la viola Stradivari Axelrod ed il violoncello Stradivari Marylebone) ed il violoncello Servais. Molti strumenti di Stradivari vengono affidati dalle fondazioni che li possiedono ai più grandi virtuosi perché li suonino nei loro concerti e nelle incisioni discografiche. Gli strumenti devono essere suonati per mantenere le proprietà di elasticità del legno e di prontezza del suono. E comunque pensare che strumenti, non necessariamente di Stradivari, di più di trecento anni, fatti con legno dello spessore di pochi mm, vengano ancora suonati è qualcosa per me di veramente meraviglioso. Spesso mi chiedo quanto ancora potranno resistere nel tempo, dal momento che sono comunque fatti di sostanza organica, il legno appunto, che necessariamente subisce processi ossidativi di degradazione inevitabili, a meno che non lo si tenga in una vetrina sotto atmosfera inerte. Ma questa non è la loro natura. Sono strumenti musicali, sono nati per produrre musica!

Per concludere questa brevissima biografia di Stradivari, il segreto di Stradivari non era uno, erano tanti segreti, quei segreti che fanno dolere le mani alla sera ad ogni artigiano che vive per la passione del proprio lavoro manuale, quei segreti che portano a sviluppare una sensibilità estrema nei confronti dell’opera che si sta creando, impossibile da replicare perché fondata sull’esperienza personale di una vita.

– W.H. Hill and A.F. Hill, Antonio Stradivarius, His Life and Work, W.E. Hill & Sons, London, 1902

– Arnaldo Baruzzi, La Casa Nuziale, The Home of Antonio Stradivari 1667–1680, W.E. Hill & Sons, London, 1962

– Charles Beare, Carlo Chiesa, Peter Beare and Jon Whiteley, Stradivarius catalogue, Ashmolean Museum, Oxford, 2013

– Antonius Stradiuarius Vol I–IV, Jost Thöne Verlag, 2010

Una risposta a “Storia della liuteria: Antonio Stradivari (1644-1737)”

I commenti sono chiusi